18 dicembre 2014 · Ultime notizie:

Quattro ministeri al Nord, l’obiettivo è alzare i toni

Umberto Bossi

Umberto Bossi

Il giorno dell’adunata leghista è arrivato, sale il frastuono, Umberto Bossi schiera tutte le sue truppe per calamitare su di sè e sul proprio partito attenzione, attese, aspettative. E anche timori: «La riforma fiscale va fatta in tempi rapidi, a tutti i costi» esordisce Bobo Maroni al mattino. Poi nel pomeriggio si sale di livello: «Se il governo non fa la riforma fiscale è meglio che vada a casa» dice Calderoli. E verso sera è Umberto Bossi a fare boom: «Ve lo dico ufficialmente: i ministeri di Riforme, Semplificazione ed Economia verranno trasferiti a Monza. Quello del Lavoro a Milano». Andrebbe capito se Berlusconi lo sa ed è d’accordo, se cioè quella del leader leghista è una promessa, una minaccia, o un ballon d’essai. Lui non risponde è insiste: «Io ho già firmato per il trasferimento del mio ministero. Calderoli ha già firmato per il suo». In realtà Calderoli rimane un po’ spiazzato e poi coi giornalisti fa lo slalom: «Non ne so niente». C’è anche Angelino Alfano nei paraggi, il quale fa smorfie di ogni tipo e poi prova a smosciare: «Si era parlato di distaccamenti, e l’accordo era su quello». Lo riferiscono a Bossi domandandogli se il governo così nel caos ce la farà ad arrivare a fine legislatura. Lui, sibillino, temporeggia dondolando la testa: «Domanda cattiva».

Bossi, Calderoli e Alfano sono tutti a Bergamo per presentare una inesistente scuola di specializzazione per i magistrati che nel frattempo è già costata un milione di euro solo per la locazione di un grande spazio vuoto, e anche questo è un segno dello stato in cui si trova la coalizione di governo. Da quattro anni, infatti, viene pagato un sostanzioso affitto per una scuola che non c’è e che se esistesse «sarebbe rivolta a tutti i giudici d’Italia» come specifica il vice presidente del Csm Vietti. Ma a Bossi poco importa, la spaccia per la «scuola dedicata ai giudici lombardi perché se io parlo in dialetto al processo voglio che il tribunale mi capisca».

Cosa già sentita da lui, ma soltanto nei periodi in cui i suoi rapporti con il resto della politica – Berlusconi compreso – erano ai ferri corti. Adesso, in vista dell’adunata di Pontida a cui tutti guardano come a una sorta di giorno del redde rationem per il governo, rispolvera questi e altri temi impregnati di disprezzo per tutto ciò che non è nordista, permeati da una venatura secessionista. Compresa la richiesta – anzi, l’affermazione – del trasferimento di quattro ministeri in Lombardia: «Cosa ci sta a fare il Lavoro a Roma? Cosa ne sanno laggiù di lavoro».

Calderoli invece torna ad attaccare su un altro fronte, quello della riduzione fiscale. Prende spunto dai segretari di Cisl e Uil, Bonanni e Angeletti, i quali in mattinata hanno detto che senza calo delle tasse i lavoratori sciopereranno e il governo dovrebbe andare a casa: «Sono pienamente d’accordo con loro» dice il Ministro della Semplificazione «e se faranno sciopero, lo farò anch’io».

Insomma, l’obiettivo è chiaro: alzare i toni in vista del comizio bossiano di oggi, provare a far credere che il Carroccio è pronto allo strappo se solo i suoi desideri non verranno esauditi. Il fatto è che gli stessi vertici della Lega sanno perfettamente che si tratta di desideri in grado mandare all’aria non tanto i loro rapporti con il premier, ma gli equilibri interni al Pdl (per esempio Renata Polverini li ha già definiti irricevibili), come se il vero obiettivo di Bossi non fosse quello di mettere la parola fine all’esperienza di governo, ma di preparare il terreno per poterla mettere in un prossimo futuro. di Re.Pez.

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