All’interno, i nuovi arrivati, Liù e Rita, una coppia di cinesi che gestisce da pochi giorni un negozio di scarpe per bambini, convivono con chi vive questo mercato da 43 anni. È il caso di Gianna che ha fatto il ’68 dietro il suo bancone di alimentari di cui parla con gli occhi scintillanti di emozione alla maniera di quando si sfoglia l’album di famiglia: «Il mercato è tra i più belli di Roma, basterebbe avere più sostegno per farlo tornare ad essere un gioiello». Intanto gli operatori stanno per costituirsi in cooperativa al fine di rispondere ad alcune emergenze, come la pulizia del pavimento e della struttura, che non viene fatta da parecchi anni anche se gli esercenti pagano il canone con regolarità.
«Il grande consumo ha vinto, ormai le persone vanno nei centri commerciali e noi siamo finiti». Allarga le braccia, Bruno Quinzi, professione macellaio, ma soprattutto, piccolo azionista della Roma, di cui è supertifoso e memoria storica. La storia del mercato si intreccia con quella della Magica nel nome del costruttore Augusto d’Arcangeli «che portò Piedone Manfredini in maglia giallorossa», spiega Quinzi, il cui banco è un trionfo di carni bianche e rosse oltre ad essere una cripta del romanismo devoto. Ci sono foto di Bruno con i baffi, che sembra il portiere Paolo Conti, «e infatti mi chiamavano così», e poi, ancora Dino Viola, il presidente del secondo scudetto che per lui è stato come un secondo padre, con Ubaldo Righetti, Falcao, Bruno Conti, Carletto Ancelotti e, poi, addirittura Renato Portaluppi. Se Francesco Rocca è la tradizione, e il ricordo di quel soprannome «Kawasaki» che Quinzi gli attribuì per primo vedendolo sfrecciare sulla fascia, il futuro si chiama Thomas Di Benedetto: «Ho avuto modo di conoscerlo quando è venuto al Roma club Testaccio, speriamo bene».
Bruno sbandiera il modello Barcellona, «non solo per il futuro della squadra giallorossa ma anche per l’idea di mercato che c’è sulle Ramblas» prima di lanciare alcune proposte che vanno dal garage sotterraneo al piano per portare le bancarelle all’interno. Gli fa eco, Stefano Piergentili, che con il padre gestisce un negozio di generi alimentari aperto dal 1955. «Il mercato mezzo vuoto funziona a metà. La sinergia che si avrebbe nel lavorare insieme, si perde. Una soluzione a costo zero potrebbe essere quella di dare la possibilità agli operatori di gestire i banchi vuoti». Ampliare l’offerta, dunque, e per eliminare il problema degli ambulanti, «ospitarli all’interno del mercato». Più avanti, Roberta Moscogiuri esibisce composizioni floreali, elementi decorativi, addobbi prima di ricordare come non siano le bancarelle («che anzi portano persone») il vero problema del mercato ma «la viabilità, la mancanza di parcheggi, la scarsa funzionalità della struttura». La fioraia sottolinea «la bella solidarietà» che è nata con gli altri operatori e scherza a distanza con Domenico Latini che gestisce il banco di frutta e verdura come avevano fatto il padre e il nonno, e come faranno i suoi figli, che intanto gli danno una mano. Un’esibizione ammiccante di ciliegie di Moricone, albicocche, pesche, meloni e angurie, al centro di tutto c’è l’etica del lavoro e la volontà di guardare avanti per migliorare la struttura. A partire «dalla pulizia, dai servizi e dall’ingresso di qualche nuova categoria: un calzolaio, il ferramenta, le botteghe artigiane degli antichi mestieri». L’autogestione, per adesso, «va bene» ma l’ambizione resta sempre quella: «assegnare tutti i banchi e riempire il mercato». Per farlo tornare agli antichi splendori. Un diamante luccicante di primizie, all’altezza della propria storia. di F. Persili
